
Nato: vertice al vetriolo

Il vertice di Ankara arriva dopo un anno di strappi transatlantici: la sfida per gli alleati non è più convincere Trump a restare, ma organizzarsi nell’eventualità che non lo faccia. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
I leader dei Paesi Nato si riuniscono in queste ore ad Ankara dopo mesi di tensioni e turbolenze. La scommessa, per i 31 membri non statunitensi dell’Alleanza è quella di tenere a freno Donald Trump le cui uscite pubbliche continuano a provocare imbarazzo e allarmi. L’ultima, in ordine di tempo, è quella contro i paesi europei, Germania e Italia in primis, che “ci hanno voltato le spalle” ha detto il Presidente al termine del bilaterale con Erdogan a margine del vertice. Attacchi a cui gli alleati non possono replicare, se non vogliono far deragliare l’incontro ancora prima di cominciarlo. Anche perché Washington continua a fare pressione affinché gli europei accelerino sugli impegni di spesa concordati lo scorso anno all’Aja: 5% del Pil complessivo, di cui 3,5% in spesa militare propriamente detta. In vista della due giorni nella capitale turca Mark Rutte, segretario generale dell’Alleanza, ha chiesto agli partecipanti di presentare “piani chiari, concreti e credibili” per raggiungere gli obiettivi di spesa dell’organizzazione. “Il presidente Trump si aspetta che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del 5%, e lo facciano con urgenza” ha affermato. Ma quello sulle spese è solo il punto più esposto di un’agenda che comprende anche il sostegno all’Ucraina, la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz e la richiesta di Spagna, Italia e Grecia di una maggiore attenzione al fianco Sud. Con le relazioni transatlantiche ai minimi storici, nessuno scommette su un vertice privo di frizioni.
Annus horribilis?
Il 2026 è stato, per i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, un anno da dimenticare. Già a gennaio Trump aveva minacciato di prendere il controllo della Groenlandia, territorio danese e paese membro della Nato. Da allora la tensione non si è più allentata: l’amministrazione Usa ha condotto insieme a Israele l’attacco contro l’Iran senza consultare gli alleati, salvo poi criticare il fatto che questi non abbiano concesso l’uso del proprio territorio per i bombardieri statunitensi. Anche con il Canada di Mark Carney i rapporti restano tesi, dopo che Trump ha ventilato l’ipotesi di un’annessione. Nel frattempo Washington pianifica una riduzione delle forze assegnate all’Europa, anche in caso di un attacco da parte della Russia, con un taglio di circa un terzo dei velivoli F-15 e F-16 di stanza sul continente. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato una revisione della presenza militare statunitense in Europa, minacciando ulteriori tagli ai Paesi che spendono meno. Dopo mesi passati a corteggiare Trump per evitare l’abbandono americano, in particolare sul dossier ucraino, agli alleati europei è ormai chiaro che la linea dell’accondiscendenza non ha prodotto i risultati sperati: per l’Europa gli Stati Uniti appaiono sempre meno come un partner affidabile.
‘Deamericanizzare’ la Nato?
Di fronte a questa nuova consapevolezza ai governi europei non è rimasto che accelerare sul percorso di una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. In un lungo articolo il Walll Street Journal descrive come, negli ultimi mesi, Paesi come Francia e Paesi Bassi abbiano silenziosamente iniziato a rimuovere le tecnologie americane dai propri sistemi, orientandosi verso software open source europei e scoraggiando l’uso di Microsoft Teams e Office nella pubblica amministrazione. Allo stesso tempo, i governi europei stanno investendo centinaia di miliardi di euro per sviluppare capacità autonome nello spazio, nell’intelligenza artificiale e nei data center, riducendo la dipendenza dai colossi tecnologici statunitensi. Il salto in avanti nella spesa per la difesa, dopo decenni di sottoinvestimento, si scontra però con colli di bottiglia industriali che rallentano la produzione di armi e munizioni. Restano inoltre lacune strutturali difficili da colmare nel breve periodo: gli aerei da rifornimento in volo scarseggiano e i bombardieri strategici a lungo raggio, di cui dispongono solo gli Stati Uniti, non hanno un equivalente europeo. Il ritiro annunciato delle truppe americane, storicamente garanzia tangibile dell’impegno Nato, rischia così di esporre il fianco europeo proprio mentre si moltiplicano le minacce da parte del Cremlino.
Eppur si muove?
Se gli europei si presentano ancora una volta al vertice dell’Alleanza cercando di anticipare gli umori di Trump, interpretarne i tweet e sondarne gli umori, va riconosciuto che dall’anno scorso all’Aja a oggi qualcosa si è mosso. Gli alleati hanno preso atto che il disimpegno americano non è più un’ipotesi, ma una realtà e hanno intensificato lo sviluppo delle proprie capacità difensive come mai prima d’ora. Il Financial Times osserva che “un’America percepita come inaffidabile sta spingendo le capitali europee a ripensare l’intera architettura della propria sicurezza, dalla catena di comando alla dottrina militare fino agli approvvigionamenti” mentre analisti e osservatori parlano della necessità di “un nuovo modello europeo di difesa”, fondato su maggiore leadership regionale, armamenti a basso costo e filiere produttive più efficienti. Non a caso, nelle prime ore del summit Rutte ha annunciato nuovi impegni per circa 40 miliardi di dollari destinati a sistemi anti-drone. Ma la produzione di armamenti, da sola, non risolve il problema di fondo. “Il nodo principale è la fiducia” sintetizza Jana Puglierin dell’ECFR: “Molti Paesi si fidavano davvero degli Stati Uniti più che di qualsiasi partner europeo per essere salvati. E ora in qualche modo capiscono che questa fiducia negli Stati Uniti non è più meritata. Ma questo non porta automaticamente a una maggiore fiducia reciproca”. Non è un caso che la bozza finale del comunicato di Ankara, ancora da approvare, ribadisca in modo esplicito “un impegno incrollabile verso l’articolo 5” secondo cui un attacco a uno Stato membro è considerato un attacco a tutti. Il fatto stesso che gli Stati membri abbiano ritenuto necessario ribadirlo, nero su bianco, la dice lunga sulle tensioni che si agitano dentro l’Alleanza.
Il commento di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor
“Il summit NATO che si apre oggi ad Ankara sarà tutto all’insegna del ‘Trump management’: da parte di Mark Rutte, che ha preparato il terreno mostrando come la crescita degli investimenti europei nella difesa sia merito del presidente (‘The Trump Trillion’); ma anche da parte di molti leader europei, pronti a sottoscrivere nuove commesse militari all’industria americana e disposti ad impegnarsi nello sminamento e nel pattugliamento dello stretto di Hormuz. Basterà tutto questo a ‘gestire’ Trump e a prevenire un’altra crisi transatlantica? Impossibile dirlo, anche se è probabile che troverà comunque il modo di mettere alla gogna qualche alleato – ma almeno nessuno dovrà complimentarsi per i successi della nazionale di calcio americana, a cui pure Trump aveva fornito un aiutino dei suoi”.
[Fonte e Foto: ISPI]



