Sudan: tre anni di guerra invisibile

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Tra milizie rivali e potenze regionali, il conflitto diventa guerra per procura: milioni di sfollati, violenze sistematiche e un Paese che scivola verso la frammentazione nella totale indifferenza del mondo. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Più di 13 milioni di profughi su 42 milioni di abitanti, 200mila vittime e una grave crisi umanitaria e alimentare a cui si affiancano violenze sistematiche, stupri e riduzione in schiavitù. È il bilancio di tre anni di guerra in Sudan, un conflitto oscurato dalla guerra in Ucraina prima e in Medio Oriente poi, che continua a mietere vittime. Dal 15 aprile del 2023, la nazione africana è diventata il teatro di una lotta di potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan e il suo vice, generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemedti. I due alti ufficiali, un tempo alleati, hanno di fatto dirottato la faticosa transizione del Sudan, inaugurata dopo il rovesciamento del regime di Mohammed al-Bashir, verso la democrazia. A far detonare le violenze era stata la decisione di Burhan di integrarenell’esercito sudanese le Forze di Supporto Rapido (Rsf), una milizia paramilitare comandata da Hemedti. Il loro scioglimento, infatti, avrebbe privato quest’ultimo di ogni potere, il quale ha quindi deciso di prenderlo con le armi. All’alba del 15 aprile 2023 le Rsf hanno attaccato a sorpresa l’aeroporto e la sede della tv di stato sudanesi dando inizio ai combattimenti nella capitale Khartoum e nella città gemella che sorge dall’altra parte del Nilo: Omdurman. Da lì, le violenze si sono propagate a macchia olio finendo per coinvolgere l’intero territorio sudanese, mentre nessun tentativo di mediazione è finora riuscito a raggiungere un cessate il fuoco. Ormai il conflitto divampa in quasi tutte le regioni del Paese, in particolare il Darfur, area di origine delle Rsf, che nel maggio del 2024 hanno espugnato El-Fasher dopo oltre un anno di assedio. La cittadina – ultima ancora in mano ai governativi – è stata presa per fame e alla sua caduta i paramilitari hanno massacrato la popolazione civile, segnando una delle pagine più nere della storia di un conflitto brutale, che non mostra ancora alcuna via d’uscita.

Darfur: la storia si ripete?

Dopo la caduta di El-Fasher tutto il Darfur è passato saldamente nelle mani delle Rsf, che hanno nominato un governo parallelo a quello di Khartoum. Seppur non riconosciuto a livello internazionale, il governo ribelle – che riceve armi e finanziamenti dal vicino Ciad  – minaccia la secessione dal resto del paese. Un’eventualità che precipiterebbe il Sudan in una situazione simile a quella della Libia, con governi rivali che si fanno la guerra, sostenuti da attori diversi. Nel mentre, la violenza infuria in una regione che già all’inizio degli anni 2000 era stato l’epicentro di un genocidio perpetrato dai Janjaweed (diavoli a cavallo) al soldo del governo di Al-Bashir. Hemedti e gran parte dei suoi uomini provengono proprio dalle fila di quelle milizie armate, composte perlopiù da esponenti delle tribù arabe beduine, il cui scopo allora come oggi è quello di sradicare le popolazioni africane come i Fur, da cui prende il nome la regione, gli Zaghawa e i Masalit dalla regione, ricca di miniere d’oro e altri materiali preziosi. Nei campi in Ciad, donne e bambini sono quasi il 90% e vengono rapiti e resi schiavi dai miliziani delle Forze di Supporto Rapido e dai gruppi collegati.

Un conflitto per procura?

Tuttavia, non è possibile comprendere la natura del conflitto e la sua pervicacia se non se ne osservano le componenti regionali. Da tempo ormai la guerra in Sudan è diventata un conflitto per procura, con attori esterni in competizione per le risorse del Paese. Il generale Al-Burhan ha un legame solido con il presidente dell’Egitto Abdel-Fattah al Sisi, con cui ha condiviso alcuni momenti della carriera militare. L’Egitto, inoltre, ha sempre avuto una forte influenza sul Sudan e dall’inizio del conflitto Il Cairo rifornisce di armi e istruttori le Forze di Difesa Sudanesi. Le Nazioni Unite hanno più volte denunciato nei loro rapporti che le forze di Hemedti agiscano con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti, che li hanno utilizzati anche come mercenari per combattere contro gli Houthi in Yemen e li rifornirebbero di armi e droni attraverso il Ciad. Accuse che hanno portato le organizzazioni non governative a chiedere a più riprese alla comunità internazionale di intervenire per frenare il sostegno degli sponsor di un conflitto che sta devastando il Sudan. Secondo l’Unicef i droni sono stati “responsabili di quasi l’80%” degli almeno 245 bambini che, secondo le segnalazioni, sono stati uccisi o feriti durante i primi tre mesi dell’anno.

Il mondo guarda altrove? 

Dal Darfur, negli ultimi mesi, il conflitto si è spostato nella regione meridionale del Kordofan, ora principale teatro di guerra. Una situazione pericolosamente aggravata dalla guerra in Medio Oriente, che ha interrotto le catene di approvvigionamento delle organizzazioni umanitarie, costringendole a utilizzare percorsi più costosi e che richiedono più tempo. Dall’inizio degli attacchi israelo-americani all’Iran, infatti, vie di transito fondamentali come lo Stretto di Hormuz sono state di fatto chiuse, e anche le rotte provenienti da snodi strategici come Dubai, Doha e Abu Dhabi hanno subito ripercussioni, facendo aumentare il costo di cibo, carburante e fertilizzanti. “Questo avrà un effetto a catena sul prezzo di tutti i beni di prima necessità e dei prodotti alimentari, spingendo un numero ancora maggiore di persone verso la fame”, ha dichiarato Ross Smith, responsabile della risposta alle emergenze umanitarie del Programma Alimentare Mondiale (Pam). “L’attenzione dei media, la volontà politica e i finanziamenti non sono stati al passo con la realtà sul campo”, ammonisce il responsabile dell’Onu. “Quindi oggi, in questo triste anniversario, il nostro messaggio è semplice e urgente: non permettiamo che il Sudan diventi un’emergenza dimenticata. Non permettiamo che le crisi globali in altri Paesi oscurino la sofferenza di milioni di famiglie sudanesi”.

Il commento di Giovanni Carbone, Head, ISPI Africa Programme

“Come per una persona ormai distante, solo un anniversario riporta brevemente all’attenzione la guerra del Sudan. Non certo a richiamare bei ricordi, ma a distogliere per un momento il nostro sguardo da altri drammi e scenari. L’immane dimensione delle sofferenze sudanesi e la relativa prossimità del conflitto all’area mediorientale non bastano: uno spazio internazionale sempre più saturo di preoccupazioni ci rende ancora meno permeabili ai richiami che provengono da regioni ritenute più marginali. Il Sudan, e con esso altre parti dell’Africa subsahariana, si confermano tali”.

[Fonte e Foto: ISPI]