La "Pace russa" e la teologia politica di Putin

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Nel conflitto ucraino è sempre più evidente il ruolo essenziale svolto dall’ideologia, quella del Mondo russo, che si declina nella "pace distruttiva". Nel saggio di Adriano Dell’Asta "La 'Pace russa'. La teologia politica di Putin" (Scholé-Morcelliana 2023, pp. 128, euro 12) una profonda analisi delle origini del nuovo pensiero. Ne parla Luigi Geninazzi su La Nuova Europa.

Nel dibattito sempre più stanco, sterile e inconcludente, che accompagna e avvolge la tragica realtà della guerra in Ucraina c’è un punto cieco, una sorta di macchia nera che sfugge alla visuale degli osservatori. È la domanda sul perché la Russia abbia scatenato questa guerra assurda, sulle motivazioni che hanno spinto Putin ad accanirsi contro un popolo fratello, sull’origine di una volontà distruttrice a tal punto ostinata e feroce che non lascia intravedere una possibile fine.

È un interrogativo che ovviamente non viene preso in considerazione da chi ritiene che sia tutta colpa delle provocazioni dell’Occidente e dell’aggressività della Nato. Ma paradossalmente anche coloro che riconoscono la responsabilità della Russia, salvo rare eccezioni, passano subito ad altro, preoccupati di arrivare alla pace che avrà sempre contorni indefiniti e retorici se non si fanno i conti con la dura realtà di chi ha voluto e continua a volere la guerra.

L’affermazione sacrosanta "Non vi è dubbio che Putin sia l’aggressore" resta una premessa astratta, un dato di fatto su cui è inutile soffermarsi se non con un accenno frettoloso alla natura imperiale della Russia. C’è però chi non si sottrae alla questione, convinto che a scatenare questa guerra sia stata la "Pace russa", vale a dire l’ideologia del Russkij Mir (il "Mondo russo"), giocando sul duplice significato della parola mir che in russo significa sia mondo che pace.

La Pace russa è appunto il titolo del saggio di Adriano Dell’Asta edito in questi giorni da Morcelliana, il cui sottotitolo "La teologia politica di Putin" indica chiaramente la visione non più soltanto geo-politica bensì metafisica e religiosa che sta alla radice di quella che il leader del Cremlino, secondo le regole della neolingua orwelliana, chiama "operazione militare speciale".
È un’indagine serrata e puntigliosa che Dell’Asta, da profondo conoscitore della lingua, della cultura e della storia russa, conduce sulla base dei testi e delle dichiarazioni degli ideologi del Russkij mir. Leggere il suo libro è come viaggiare in un mondo sorprendente e inquietante che non ha nulla di reale ma vuole imporsi alla realtà, inoltrarsi in una sfera totalizzante e transnazionale che include il popolo uno e trino di Russia, Ucraina e Bielorussia (ma forse anche Moldavia e Kazachstan) e comprende non solo i russi di cittadinanza o di etnia sparsi per il mondo, ma anche i discendenti degli emigrati in Occidente e perfino tutti coloro che parlano o studiano il russo, in una ricostruzione falsa e avventata della storia che mira al rafforzamento dell’immagine della Russia come grande potenza rivelandone la minacciosa vocazione espansionistica.

Sia chiaro: non c’è qui nessuna sottovalutazione degli elementi strutturali e concreti che fanno del sistema politico instaurato da Putin "un regime cleptocratico, aggressivo e dittatoriale", tre aggettivi che equivalgono a tre paragrafi del libro dove in modo sintetico ma efficace si descrive l’involuzione repressiva in atto da oltre vent’anni. L’ideologia del Russkij mir funziona come moltiplicatore degli elementi illiberali e anti-democratici del sistema, intaccando l’immagine e la concezione che la Russia ha di se stessa e trasformandola in una realtà pressoché messianica.

Siamo al cuore del problema, un cuore di tenebra (per dirla con Joseph Conrad) che chiama in causa il ruolo della Chiesa ortodossa russa. È sua infatti l’elaborazione del "Mondo russo" come di una realtà etnica ed insieme etica, legata ad un potere politico il cui compito è quello di preservare e difendere una comune spiritualità, moralità e cultura.

È un’ideologia formulata originariamente dalla Chiesa di Mosca, con il patriarca Kirill che l’ha esplicitamente utilizzata per giustificare l’aggressione ad un paese sovrano in numerosi interventi pubblici ricordati minuziosamente nel libro. L’elenco si conclude con il secco e terribile giudizio che l’autore ha raccolto da un ex collaboratore del patriarca: "La formula della guerra di oggi in Ucraina è semplice: Putin ci ha messo le armi, la Chiesa le idee". Catastrofica nelle sue conseguenze politiche, la posizione della Chiesa russa assume a livello squisitamente religioso il carattere di eresia, come è stato notato tra l’altro da un ampio gruppo di teologi ortodossi. In questa visione infatti la Chiesa si riduce ad un’appendice della nazione e a un dicastero dello Stato, una sudditanza che distrugge i fondamenti universalistici del cristianesimo e interpella direttamente tutti i credenti.

Attenzione però, oltre il Russkij mir dell’ideologia c’è un altro mondo russo, quello della realtà. Dell’Asta ha molto a cuore questo mondo, in un certo senso ne fa parte per la lunga storia di amicizie e di incarichi a Mosca. Insomma, come gli ha insegnato il suo padre spirituale Romano Scalfi, ama la Russia nonostante tutto. A tal punto da dedicare un capitolo stimolante e provocatorio alla "Russofobia", quella vera che non si ritrova tanto in Occidente quanto nell’auto-distruzione insita nell’ideologia putiniana.

Lo fa sulla scorta di autori classici, da Solženicyn a Sacharov, da Solov’ëv a Grossman, ma anche di testimoni contemporanei come lo storico Zubov, la poetessa Sedakova e il pensatore ortodosso Zelinskij, tutti accomunati dalla denuncia del nazionalismo irragionevole e dello pseudo-patriottismo che deformano e rovinano l’identità della Russia, divenuta ancora una volta "nemica di se stessa", come scrisse l’autore di Arcipelago GULag.

La sfida lanciata dal Russkij mir è radicale, in quanto non vuole essere un punto di vista sulla realtà ma un’ideologia dove la realtà viene abolita per far posto alla sua arbitraria rappresentazione. Non possiamo reagire con un’altra ideologia fondata sulla paura, sulla disperazione o sull’odio. La risposta possibile, che è anche la speranza in una pace possibile, secondo Dell’Asta nasce invece da uno sforzo per distinguere il bene dal male, che però non è dividere il mondo in buoni e cattivi bensì riconoscere che esiste uno spartiacque decisivo fra chi crede in una ragion di Stato assoluta e prevaricatrice e chi pensa che la guerra sia un male indiscutibile.

In questa prospettiva viene ripresa e valorizzata l’indicazione di papa Francesco che distingue tra la discussione ("cosa buona") e il discernimento ("quel che conta veramente") e sul primato dell’esperienza rispetto alle idee astratte.
È una sfida all’umano che toglie ogni spazio al relativismo ed apre ad una nuova responsabilità morale: non si tratta soltanto di denunciare e combattere il male, si tratta soprattutto di ricordare il bene che si voleva cancellare e che ha resistito. Chi uscirà vincitore da questa guerra spaventosa? La risposta che ci offre Dell’Asta è la stessa formulata da uno dei più grandi esponenti della filosofia religiosa russa, Semën Frank, nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale: "Il vincitore, alla fine dei conti, sarà quello che comincerà a perdonare per primo".

(Fonte: La Nuova Europa - Luigi Geninazzi)