Il portavoce dei vescovi d'Ungheria, "Orban cerca un'alleanza col Papa"

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"Quando papa Francesco venne a Budapest nel settembre 2021, il primo ministro Viktor Orban gli donò un regalo molto speciale, una copia della lettera che il re ungherese di allora, Bela IV, scrisse nel 1250 al Papa Innocenzo IV, in cui chiedeva l'aiuto del Pontefice e dell'Occidente contro i bellicosi tartari che minacciavano l'Ungheria cristiana, affinché si salvasse la cristianità nel Paese e in tutta l'Europa. E' stato un segnale che Viktor Orban si presenta come il protettore del cristianesimo e cerca consapevolmente una connessione verso il Papa". Lo ha detto, incontrando online un gruppo di giornalisti in vista del nuovo viaggio di Francesco in Ungheria, in programma dal 28 al 30 aprile, padre Csaba Torok, amministratore parrocchiale della Cattedrale di Esztergom e responsabile della Conferenza Episcopale dell'Ungheria per i rapporti con i media.

"Questo febbraio - ha proseguito -, quando Orban ha fatto un grande discorso come valutazione dell'anno scorso, ha creato un quadro simbolico sul fatto che in Europa ci sono esclusivamente due Stati che combattono per la pace in Ucraina, il Vaticano e l'Ungheria: il Vaticano perché il Papa è il portavoce della pace, l'Ungheria perché è contro l'invio delle armi all'Ucraina". "E' un simbolismo forte da parte di Orban - ha sottolineato padre Torok -: 'noi siano alleati del Vaticano, noi col Vaticano siamo l'unico Stato d'Europa che protegge il cristianesimo, portando avanti la nostra politica estera diversa dal resto d'Europa nelle relazioni con la Russia, siamo in favore della pace, d'accordo col Papa".

Per il portavoce dei vescovi d'Ungheria - Paese dove i cattolici sono il 39% della popolazione, i riformati calvinisti il 12%, i luterani il 2%, ma ben il 27% non risponde alla domanda di quale religione è -, "questa visita avrà accenti politici, ma non credo che a Budapest ci sarà un appuntamento decisivo nel riavvicinamento del Papa col Patriarcato di Mosca". Padre Torok ha ricordato che "il governo ungherese ha un rapporto molto speciale con Mosca, ma io non conosco il perché, dal momento che noi ungheresi originariamente non eravamo grandi amici dei russi, proprio per l'occupazione dopo la seconda guerra mondiale". Però l'Ungheria "economicamente è molto legata alla Russia, vista l'importazione di gas e petroli, il funzionamento dei reattori atomici, tutte le tecnologie che sono orientate verso Mosca. Il governo non ha fatto niente per cambiare questa direzione rispetto a prima, al contrario di Paesi come la Polonia o gli Stati baltici".

"Se il Papa viene in un Paese vicino al teatro di guerra - ha aggiunto -, allora dirà qualcosa di forte e simbolico. Anche noi ungheresi ne abbiamo bisogno, anche i sacerdoti del Paese sono un po' confusi perché la politica di Orban è molto a favore della Chiesa, ma al contempo alcuni tratti non sono molto amabili. Il clero e la popolazione ungheresi aspettano molto dal Papa. I media statali cercano di dare un'interpretazione della visita secondo quella che è la politica interna ed estera, ma noi come cattolici vogliamo qualcosa di forte".

L'incontro di Francesco col premier magiaro avrà luogo la mattina di venerdì 28 aprile, subio dopo l'arrivo a Budapest e la visita di cortesia alla presidente della Repubblica Katalin Novak. Ma su un tema 'divisivo' della politica di Orban, come la chiusura ai migranti, qual è l'atteggiamento della Chiesa ungherese? "La Chiesa d'Ungheria non ha alcuna indipendenza economica, le scuole, gli istituti sociali, gli ospedali e anche le diocesi sono finanziati dallo Stato - premette il sacerdote -. E così ogni volta che c'è qualche tensione, se la Chiesa deve parlare, i sacerdoti e i vescovi dicono 'meglio non dire niente perché mettiamo a rischio i finanziamenti e rischiamo di finire in pochi mesi in bancarotta con tutte le nostre attività'. Così, la Chiesa è un po' la serva dello Stato. E i vescovi, la Conferenza episcopale, si attengono sempre a quello che vuole il governo, cerchiamo di adattarci alla situazione".

"Ma se parliamo della Chiesa come comunità di fedeli - prosegue don Torok -, ci sono molte iniziative che cercano di dare una risposta evangelica a questa situazione, che non è facile. Molti cattolici lavorano nelle ong, oppure le istituzioni caritative della Chiesa cercano di trovare la 'porta piccola', se non si può entrare dalla 'porta grande'. L'Ordine di Malta e la Caritas hanno fatto molto". Dopo la chiusura delle frontiere, "visto che molte strade d'Europa passano per l'Ungheria, c'è un traffico illegale molto forte attraverso il Paese. I politici dicono farisaicamente che se c'è traffico illegale non è un nostro problema: lo diventa se fermiamo questi camion o pulmini che transitano. La Chiesa è silenziosissima. Molti cattolici si sentono male e cercano di dare il loro aiuto fuori dei limiti visibili della Chiesa istituzionale".

(Questo articolo è uscito anche sull'ANSA - Photo: Vatican Media)