IL LIBRO / L’ordine internazionale liberale e “il suicidio della pace”

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Alessandro Colombo s’interroga sul collasso degli equilibri globali e sulla “strisciante ma irresistibile riabilitazione – politica, giuridica e persino etica – dell’uso della forza”.

La crisi dell’ordine internazionale sembra oggi irreversibile. Ma da dove nasce questa crisi e quali sono le prospettive? Sono le domande che si pone Alessandro Colombo, docente di Relazioni internazionali all’Università di Milano in “Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024)”, partendo dalla constatazione che trentacinque anni dopo la fine della Guerra fredda il sistema internazionale si trova nuovamente in bilico: non più, questa volta, per il trapasso da una guerra a una pace, bensì per il rischio di una ricaduta dalla pace nella guerra.

Ecco quindi che, dopo appunto quasi quarant’anni dalla fine della Guerra fredda e del mondo diviso in blocchi, la guerra è tornata dalla periferia al centro del sistema internazionale, costringendo l’Europa e il mondo a confrontarsi persino con il rischio di uno scontro diretto tra grandi potenze. Questo disincanto è il segno per eccellenza del collasso dell’ordine internazionale: un collasso che investe i rapporti diplomatici, le istituzioni internazionali, la globalizzazione economica e le norme fondamentali della convivenza internazionale – a cominciare da quelle sull’uso e sui limiti dell’uso della forza.

Da qui, allora, l’urgenza di chiedersi come sia stato possibile ricadere in questa condizione, dopo le illusioni e l’euforia di soli trent’anni fa. Rinunciando come prima cosa a contrapporre una presunta età dell’oro dell’apertura e dell’ottimismo a una regressione nella chiusura e nel risentimento. E riconoscendo come, in realtà, la condizione attuale sia in larga parte figlia delle forzature, delle amnesie e dei veri e propri errori che l’ordine internazionale liberale ha accumulato già a partire dalla sua fondazione.

Il libro di Colombo (Raffaello Cortina Editore 2025, pagine 352, 25.00 euro) non affronta primariamente il tema della guerra, ma ciò che ne è insieme causa e conseguenza. “Al centro della sua diagnosi sta il riconoscimento che la trasformazione in atto del sistema internazionale è stata preceduta da ‘una strisciante ma irresistibile riabilitazione – politica, giuridica e persino etica – dell’uso della forza’”, spiega Pier Paolo Portinaro, già docente di filosofia politica all’Università di Torino, sull’Indice dei libri del mese.

A partire dagli anni novanta si è accentuata la tendenza novecentesca alla “deistituzionalizzazione della guerra”, il che ha reso “sempre più elusiva la differenza tra guerra internazionale e guerra civile, violenza ‘pubblica’ e violenza ‘privata’”. Questo processo, sottolinea ancora Portinaro, “è stato però mascherato dal confinamento spaziale dei conflitti armati alle periferie degli stati liberali, dallo sforzo di esorcizzare la memoria delle carneficine del passato, dalla trasformazione dei format militari e delle strategie che dovevano mettere capo a guerre ‘di polizia’, ‘chirurgiche’, ‘umanitarie’ (rovesciando così la logica clausewitziana della guerra)”.

L’AUTORE

Alessandro Colombo insegna Relazioni internazionali nel dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici dell’Università degli Studi di Milano. Tra le sue pubblicazioni, La disunità del mondo (Feltrinelli 2010), Tempi decisivi (Feltrinelli 2014), Guerra civile e ordine politico (Laterza 2021), Il governo mondiale dell’emergenza (Cortina 2022).

[Foto: Raffaello Cortina Editore]