
Italia, Turchia e Qatar: la nuova partita libica sui migranti

La cooperazione quadrilaterale. Una sala operativa comune mette in rete apparati di sicurezza e governi stranieri per controllare i flussi migratori e per coordinare informazioni. Sullo sfondo, accordi energetici e un fragile processo di ricomposizione politica. Il servizio di Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani.
Il 26 agosto, a Tripoli, il primo ministro del Governo di unità nazionale libico, Abdul Hamid Dbeibah, ha incontrato Mohammed bin Abdulaziz Al-Khulaifi, ministro di stato presso il ministero degli Esteri del Qatar.
Al centro del colloquio, il meccanismo di cooperazione tra Libia, Qatar, Turchia e Italia sul controllo delle frontiere e la gestione dei flussi migratori: il lavoro della sala operativa congiunta di Tripoli, il rafforzamento delle capacità delle autorità libiche, il contrasto al traffico di migranti, i programmi di ritorno volontario.
L’incontro è un passo ulteriore verso la costruzione di un canale stabile di cooperazione tra quattro paesi con interessi diversi, ma con un obiettivo convergente: controllare i flussi migratori.
Ed è una costruzione che avanza nonostante la presenza di un quadro documentato di violazioni commesse proprio dagli apparati libici con cui la cooperazione si rafforza.
Non è un’intesa per la redistribuzione dei migranti. È un meccanismo politico e operativo che prevede coordinamento tra i governi, rafforzamento delle capacità libiche e cooperazione sul controllo di frontiere e coste. Il suo strumento più concreto è la sala operativa di Tripoli, pensata per il coordinamento e lo scambio di informazioni.
Da Istanbul alla sala operativa
L’origine dell’accordo risale al vertice di Istanbul del 1° agosto 2025, tra il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il premier libico Dbeibah. Fu in quella sede che Dbeibah propose di allargare la cooperazione trilaterale Italia-Turchia-Libia a un quarto partner, il Qatar, indicato come possibile fornitore di sostegno logistico, tecnico ed economico.
Da lì il percorso si è mosso: il 19 maggio 2026 si è riunito a Roma il Comitato di cooperazione quadripartito, per fare il punto sul lavoro dei comitati tecnici; il 18 giugno la sala operativa di Tripoli è entrata nella sua fase pilota. In meno di un anno, quindi, la proposta lanciata a Istanbul si è tradotta in una struttura operativa attiva sul terreno.
A cosa serve la sala operativa
La sala prevede un ufficio di collegamento presso il ministero dell’Interno libico, incaricato di facilitare lo scambio di informazioni e il coordinamento con i funzionari italiani, turchi e qatarini.
Frontex, pur restando coinvolta nel più ampio quadro di cooperazione europea con la Libia, non avrebbe invece un ruolo diretto nella nuova struttura.
L’area di competenza resta quella della Tripolitania, mentre il meccanismo non coinvolge direttamente le strutture che controllano la Cirenaica, sotto l’influenza di Khalifa Haftar e della sua famiglia.
I timori di Haftar
Un dettaglio non secondario: la partnership di intelligence non gode del favore della famiglia Haftar, sia perché sottrae peso al suo interlocutore diretto con Roma, sia perché diverse milizie attive nella sua area di influenza risultano coinvolte proprio nel traffico di migranti che l’accordo dice di voler combattere. Il meccanismo, insomma, riguarda un pezzo di Libia, non l’intero paese.
Cooperare con chi è sotto accusa all’Aia
Le autorità libiche con cui la sala operativa condivide informazioni e coordinamento sono le stesse che, secondo la Corte penale internazionale, gestiscono un sistema di detenzione dei migranti segnato da torture, violenze sessuali, gambizzazioni e uccisioni a sangue freddo.
All’Aia, è in attesa del processo Khaled Mohamed Ali El Hishri, ex alto esponente della milizia Radaa e funzionario della prigione di Mitiga. Le udienze preliminari, svolte a maggio, si sono basate anche sulle testimonianze di centinaia di persone. Il 16 luglio i giudici hanno confermato tutte le accuse, aprendo la strada al processo.
Davanti a questo quadro accusatorio, documentato e non generico, il governo Meloni ha scelto comunque di rafforzare la cooperazione con le autorità libiche.
Normalizzazione politica
La nuova cooperazione di intelligence non è soltanto, quindi, uno strumento contro i trafficanti, ma anche un tassello di normalizzazione politica dei rapporti con apparati libici accusati, direttamente o indirettamente, di alimentare quelle stesse violazioni. È un punto che va oltre la questione dei diritti umani intesa come effetto collaterale: riguarda la scelta politica di legittimare, attraverso una cooperazione di sicurezza sempre più stretta, gli stessi soggetti che i tribunali internazionali stanno mettendo sotto accusa.
L’interesse economico che corre parallelo
C’è infine un secondo livello, di cui poco si dibatte: quello energetico. Pochi giorni prima dell’avvio della sala operativa, i colossi energetici di Italia, Qatar e Turchia hanno firmato accordi con la National Oil Corporation libica, dopo essersi aggiudicati tre nuovi siti di esplorazione messi a gara da Tripoli. La coincidenza temporale restituisce un quadro più coerente di quanto la sola cornice umanitaria e securitaria lasci intendere. Sicurezza delle frontiere ed energia si muovono sempre sugli stessi tavoli.
Perché il Qatar
La presenza dell’Italia al tavolo è abbastanza chiara. La Turchia è tra gli attori stranieri con maggiore influenza sulla Libia occidentale. Dal 2020 sostiene militarmente e politicamente il governo di Tripoli e ha in essere un contestato accordo sulla delimitazione marittima con interessi energetici nel Mediterraneo orientale.
Ma Doha? Perché rientra nel quadrilatero? Non è un paese di transito della rotta libica e non ha, in questo dossier, un ruolo operativo paragonabile a quello di Roma, Ankara o Tripoli. Il suo peso è soprattutto politico e diplomatico, e va letto dentro una relazione più ampia con la Libia, che tocca investimenti, energia, sanità e stabilizzazione.
Non bisogna scordare, inoltre, che è stato il Qatar ad affiancare la Turchia nella guerra a difesa di Tripoli nel 2020.
Un paese ancora nelle mani delle famiglie
Il meccanismo si inserisce in un momento in cui Tripoli prova a mostrarsi più solida sul piano istituzionale: bilancio unificato, una nuova tabella di marcia – l’ennesima – verso elezioni parlamentari e presidenziali nel 2027, trattative in corso tra le famiglie che controllano di fatto il paese.
Ma il controllo reale del territorio resta nelle mani di reti armate, famiglie politiche e apparati di sicurezza. A Tripoli Dbeibah non mostra intenzione di cedere il potere, mentre a Bengasi Saddam Haftar consolida la propria posizione in vista dell’eredità paterna.
È dentro questo equilibrio fragile, e non in una Libia realmente pacificata, che si innesta la cooperazione sulla migrazione. Che si sta costruendo senza clamore.
[Fonte: Nigrizia; Foto d’archivio]
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