L’INTERVISTA / Giovanni Bachelet, “oggi non siamo negli anni del terrorismo: pericoloso usare i disordini, gravi ma isolati, per fare politica”

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Il 12 febbraio del 1980 moriva Vittorio Bachelet, ucciso dalle Brigate Rosse in un agguato nell’Università ‘La Sapienza’ di Roma. Giurista, docente universitario, fu anche dirigente dell’Azione Cattolica ed esponente democristiano, nonché vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. In occasione di questo anniversario, Tra Cielo e Terra ha intervistato il figlio Giovanni. “Mio padre fu ucciso – ricorda -, ma non lo sono stati il suo esempio, le sue parole e le sue idee”.

Di Antonella Palermo

Professore, sono passati 46 anni dall’uccisione di Vittorio Bachelet: qual è l’eredità che lascia la figura di suo padre, sia sotto il profilo del suo impegno culturale e sociale sia per quanto riguarda la sua tragica fine?

Impegno culturale e sociale, e religioso, direi, perché, salvo gli ultimi quattro anni della sua vita, i suoi due impegni chiave sono stati la ricerca, lo studio e la didattica – quindi tirare su altri allievi nel campo del diritto amministrativo, che era la sua disciplina – e l’impegno, prima nella FUCI da ragazzo, poi nell’Azione Cattolica, dove è stato prima vice presidente e poi presidente, negli anni del Concilio. Vice presidente l’ha nominato Giovanni XXIII, quasi appena eletto, mio padre aveva 33 anni; presidente l’ha nominato Paolo VI nel ‘64. Questo ci dice anche quanto è stato importante il periodo della sua presidenza e perché questi due Papi ce l’avevano messo, perché dopo la presidenza di papà l’Azione Cattolica ha cambiato lo statuto: il presidente non lo mettono più i Papi, lo eleggono i soci di AC. Questo era un mandato proprio dei Papi: rendere più democratica e più legata magari alla Conferenza episcopale italiana, ma non al Papa in persona, l’Azione Cattolica.

E anche il mandato di abbandonare il collateralismo con la Democrazia Cristiana, non nel senso che ci fosse un cambiamento verso un altro partito, ma nel senso di distinguere, per non separare – come diceva Jacques Maritain – la fede e l’appartenenza ecclesiale dall’impegno politico, perché lo stesso Concilio dice che c’è un legittimo pluralismo di opzioni terrene, umane e quindi anche politiche e tecniche in molti casi. Quindi non è la Chiesa a dover indicare volta per volta come si risolvono i problemi, ma sono sempre i laici che devono fare da ponte fra la Chiesa e il mondo e informare i pastori, e sotto la propria responsabilità tradurre poi in scelte temporali i princìpi del Vangelo.

Quindi si è trattato di un grande cambiamento che ha assorbito molte delle sue energie. Invece, in tutto l’arco della sua vita fino a 50 anni, di impegni politici o anche civici non ne ha avuti e quindi la sua morte è stata la conclusione di un percorso molto intenso, ma anche molto nuovo per lui.

A livello personale ed umano, lei come ricorda suo padre e che cosa le ha lasciato quella giornata?

Io più che quella giornata parlerei della vita. Io penso che il bello, per chi crede, ma anche forse da un punto di vista puramente umano, è che, anche se si viene uccisi, non si possono uccidere gli esempi, le parole, le idee. Quindi, a me interessa il ricordo della sua vita, non di un giorno molto triste in cui la sua vita è finita. Della sua vita a me rimane un grande ottimismo e una grande saggezza, la capacità di ascoltare anche noi figli, la capacità di guidare gruppi e associazioni molto ampie, anche impegnandosi parecchio a girare per l’Italia, il numero e quantità di studenti che venivano a casa nostra per la tesi, per parlare con lui, e la sua disponibilità, nonostante il fatto che come presidente dell’Azione Cattolica avesse anche parecchio da fare. Poi ricordo un grande amore con mia madre: da piccolo credevo che questo fosse vero in tutte le famiglie, ma più sono diventato grande e più ho capito di aver avuto un grandissimo privilegio.

L’aver superato da subito la logica della vendetta come l’ha aiutata negli anni a fare i conti con quella epoca e anche nel suo successivo impegno civico?

Nella sfortuna di perdere una persona cara in modo violento, noi abbiamo avuto la fortuna, sia mia sorella che io, di essere già più che ventenni e quindi di conoscere i rischi a cui andava incontro mio padre accettando quella responsabilità, di aver parlato con lui del perché non voleva la scorta… Dopo la morte di Moro, infatti, il ministro dell’Interno propose anche a lui una scorta ma lui disse ‘no, grazie’, e ci spiegò anche perché. Noi ovviamente la pensavamo in modo un po’ diverso; lui ci disse ‘no, qui noi non abbiamo nemici, c’è un gruppo che vuole far credere che sono i partigiani e noi siamo i nazisti o lo Stato imperialista e le multinazionali, ma è fare il loro gioco’. Girare con tante persone armate intorno e poi queste cose si sconfiggono non con la repressione o con le scorte – Moro aveva cinque persone, sono morte tutte e cinque -, ma con l’intelligenza e la prevenzione, che poi è stato il modo in cui davvero sono finite le Brigate Rosse.

Ci illudiamo, insieme a numerose altre famiglie di vittime, di avere dato un piccolo contributo proprio nel dare in quel funerale un messaggio che al tempo stesso era di perdono per le persone ma anche di richiesta di giustizia e di appoggio alle istituzioni, al Parlamento, alla Magistratura, alla Polizia. Abbiamo fatto una preghiera in cui, nella prima parte pregavamo per tutti quelli ancora impegnati nella battaglia della democrazia con coraggio e con amore, e poi pregavamo per quelli che avevano fatto del male a mio padre perché non ci fosse sulla nostra bocca la vendetta ma sempre il perdono.

Di quei funerali di Stato ce n’erano uno a settimana, perché di attentati di varia natura, di destra, di sinistra, bombe…, ne accadevano parecchi in cui a volte c’era chi gridava ‘pena di morte’, c’era chi diceva ‘lo Stato non ci difende’ oppure ‘né con lo Stato né con le Brigate Rosse’. Noi abbiamo cercato di mettere in una preghiera di poche parole quello che ci aveva insegnato nostro padre e credo che questo abbia colpito il cuore di almeno alcuni dei terroristi che poi hanno chiesto di dialogare con mio zio prete, uno dei due zii prete che era il fratello più grande di papà, da cui sono nate, oltre che collaborazioni, conversioni. Quindi, direi che c’è stato un frutto che ha contribuito a superare quel periodo che ormai per fortuna non esiste più.

Non esiste più? Perché, dinanzi alle attuali manifestazioni con episodi di violenza, chi ci governa ripete l’allarme verso un nuovo terrorismo evocando una lotta come quella alle Brigate Rosse. Lei che viene da una famiglia che è stata vittima degli anni di piombo, cosa ne pensa?

Ricordo che, sia nella mia scuola che era in Mamiani, sia nella mia università a La Sapienza alla facoltà di Fisica, c’era allora tutto un continuum che andava dalla sinistra extraparlamentare fino alla lotta armata, alla clandestinità. Però la sinistra parlamentare è sempre stata nettamente fuori da questa storia e le grandi manifestazioni non hanno mai avuto questo problema, ma questo dipende soprattutto da chi gestisce l’ordine pubblico e la piazza.

In ogni classe, tuttavia, qualcuno che simpatizzava con la lotta armata c’era. Adesso non c’è nessuno nelle scuole, non c’è nessuno. O meglio, ce ne sono, ma, diciamo che sono patetici a La Sapienza quando fanno dei cortei questi, come dire, antagonisti: saranno una decina di persone; prima, su 100.000 studenti, questi saranno stati 1.000 o 2.000. Ma 1.000, 2.000, pur essendo sempre una minoranza, potevano, se armati e se fomentati, fare una banda armata, e lo hanno fatto. Oggi si tratta di proprio quattro gatti.

Detto questo, è ovvio che bisogna comunque fermare i violenti ma, come ha detto un dirigente del sindacato di polizia, quello che abbiamo visto a Torino è il rovescio di ciò che racconta il governo: dire che i manifestanti sono responsabili di quello che hanno fatto pochissimi criminali con il volto coperto è come dire che è colpa dei proprietari di un appartamento se i ladri glielo svaligiano perché non sono stati attenti. L’ex capo della polizia ha detto che non si difende la divisa facendo propaganda sulla pelle degli agenti, quindi penso che questo problema non vada enfatizzato e soprattutto non dovrebbe essere usato per propaganda di parte, perché la forza con cui abbiamo sconfitto il terrorismo della fine degli anni ‘70 è stata proprio quella per cui il governo ha cercato insieme all’opposizione di concepire insieme un governo di unità nazionale che, rispettando le regole della Costituzione, affrontasse anche questa emergenza terroristica.

Qui oggi, invece, si fanno dei decreti che il presidente della Repubblica deve smontare perché incostituzionali e si fanno unilateralmente senza neanche provare a discuterli con l’opposizione: quindi siamo in una condizione diversa e penso che sia pericoloso usare questi disordini, pur gravi ma molto isolati, per fare politica.

Suo padre è stato anche vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Oggi lei è impegnato nel Comitato per il No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ci può spiegare brevemente la ragione di questo suo impegno?

Il mio impegno è sia razionale che sentimentale ed è legato al ricordo di mio padre perché, non avendo mai studiato Diritto, l’equilibrio, il pregio, le ragioni del CSM dopo il fascismo come felice invenzione dei costituenti… sono state tute cose che mi ha spiegato lui quando è diventato prima consigliere, eletto del Parlamento, e poi vice presidente, eletto dal CSM. Allora, però, io avevo una ventina d’anni. Oggi ne ho 70 e quelli che hanno contribuito maggiormente a confermarmi nella contrarietà a questa riforma sono stati, più che mio padre, Craxi, Berlusconi e, da ultimo, Nordio, perché questo tipo di postura, che attribuisce alla magistratura che fa il suo dovere un ruolo di fastidiosa invadenza politica, è una cosa che prima di Craxi non aveva precedenti.

Perfino dopo, i democristiani più famosi e discussi come Andreotti si sono difesi nel processo, non dal processo, non hanno promosso leggi che abolissero, come ha fatto Berlusconi con il falso in bilancio, i reati di cui erano loro stessi accusati. Questo tipo di atteggiamento eversivo contro uno dei poteri dello Stato che dovrebbe servire da controllo agli altri poteri è un inedito che però è nato con Craxi all’epoca di Mani Pulite, mentre altri si sono difesi nel processo con esiti vari e lui prima ha detto che lo facevano tutti, poi ha detto che i magistrati facevano politica e poi è andato in Tunisia: quindi un atteggiamento inedito per quelli della mia età da parte di un qualsiasi politico erede della Costituente.

Il cardinale Zuppi, presidente della CEI, ha detto che bisogna andare al voto perché occorre preservare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura. Lei come legge questo appello?

Ricordo però – a mio danno – che alla fine ha detto anche che per questo stesso scopo si possono fare diverse opzioni. Con grande fedeltà al Concilio, che affida ai laici e alla loro responsabilità la scelta ultima sugli strumenti da utilizzare per il bene comune, io penso che, per uno che come me propende per il No, mette a fuoco il punto centrale: non parla di Garlasco, di Bibbiano o della separazione delle carriere. Dice a tutti – sia a quelli che vogliono votare Sì, sia a quelli che vogliono votare No -, che il nocciolo di questa riforma ha a che fare con l’autonomia, l’indipendenza della magistratura e questo mi pare una cosa che serve a tutti per non discutere di cose che non hanno a che vedere con questo disegno. Mi sembra che molto opportunamente affidi poi a noi laici la responsabilità ultima di scegliere.

Ieri mattina, per esempio, ho fatto un intervento in una scuola con il mio carissimo amico Stefano Ceccanti, anche lui cristiano, anche lui progressista, anche lui una bravissima persona, che però vota Sì. Ecco, credo che il cardinale Zuppi non intendesse affatto dare un’indicazione di voto come invece purtroppo ha fatto il cardinal Ruini, suo predecessore, il quale ha detto di votare Sì. Mi pare che la differenza sia proprio nell’aver invitato a riflettere sul merito della questione e andare a votare. È quello che la Chiesa fa, deve fare e lasciando poi a noi la difficile scelta degli strumenti da scegliere, da utilizzare per la difesa, appunto, di questo principio dell’autonomia, indipendenza e magistratura.

[Foto: Articolo21.org, La Voce e il Tempo]