Israele e Libano, l’intesa che divide

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Firmato a Washington il primo accordo diretto tra i due paesi in quarant’anni. Ma con il veto di Hezbollah e senza un calendario per il ritiro israeliano, la pace resta una promessa aleatoria. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

È un’intesa nata fragile quella siglata venerdì pomeriggio a Washington tra rappresentanti del governo americano, israeliano e libanese. Ma per la prima volta da decenni Tel Aviv e Beirut dichiarano l’intenzione di chiudere definitivamente il conflitto e instaurare relazioni pacifiche tra stati sovrani e vicini. Marco Rubio lo ha definito “l’inizio degli inizi”, Hezbollah di un’intesa “umiliante, vergognosa e una resa della sovranità”. Tra queste due letture c’è tutta la distanza che corre tra il documento, firmato al Dipartimento di Stato americano, e la pace reale. Non a caso, appena i dettagli dell’intesa sono trapelati, una folla di persone ha inondato le strade di Beirut per protestare. Il Primo Ministro Nawaf Salam ha dichiarato in un comunicato che l’accordo quadro si basa sulle risoluzioni delle Nazioni Unite, e che il suo obiettivo finale è “ottenere il ritiro di Israele da tutto il territorio libanese, ripristinare la sovranità statale su di esso e consentire ai suoi residenti di farvi ritorno”. Ma sono in molti a parlare di “tradimento” e abbandono delle regioni del Sud nelle mani di Israele. Poche ore dopo l’annuncio, Hezbollah – escluso dai negoziati – ha rifiutato l’intesa. E Nabih Berri, leader di Amal e presidente del Parlamento, ha messo in guardia dal pericolo più grave: non solo il contenuto politico dell’accordo, ma il rischio che quest’ultimo “fomenti divisioni interne e trascini i libanesi in uno scontro armato”.

Cosa prevede l’intesa?

Il documento, in quattordici punti, è tecnicamente un accordo trilaterale: Israele, Libano e Stati Uniti si impegnano insieme verso un obiettivo comune, la fine del conflitto e il riconoscimento reciproco della sovranità dei due Stati. Al cuore dell’intesa c’è uno scambio: il ritiro israeliano in cambio di disarmo di Hezbollah. Ma il passaggio è sequenziale, non simultaneo e questa asimmetria è la sua fragilità principale. È previsto che l’esercito libanese assuma progressivamente il controllo del sud del paese, smantellando le infrastrutture militari di Hezbollah zona per zona. Solo al completamento di ogni fase Israele procederà al ritiro successivo. Netanyahu è stato esplicito: “Manterremo la zona cuscinetto finché Hezbollah non si disarma e finché esiste una minaccia per lo Stato di Israele”. Il testo non stabilisce un calendario vincolante né impone all’esercito israeliano, che occupa circa un quinto del territorio libanese e ha raso al suolo interi villaggi, date specifiche per il ritiro. Israele riconosce di non avere “nessuna rivendicazione territoriale” in Libano mentre entrambe le parti si impegnano a “cessare ogni azione ostile o negativa nei forum politici o giuridici internazionali”. Un impegno formulato in termini molto generici, e che “potrebbe impedire alle vittime dei crimini di guerra presumibilmente commessi durante i combattimenti di ottenere giustizia attraverso i tribunali internazionali o nazionali” osserva il Guardian.

Il rischio di una frattura interna?

L’accordo divide i libanesi: chi appoggia il governo sostiene che Beirut non avesse altra scelta e avviare negoziati diretti fosse l’unica via percorribile di fronte a una guerra in cui Israele gode di superiorità tecnologica e dell’incrollabile sostegno americano. I critici al contrario rilevano un’asimmetria di fondo: gli Stati Uniti, principale sostenitore militare e diplomatico di Israele, difficilmente potranno fungere da garante neutrale. E questo mette Beirut in una situazione di scarso potere contrattuale, privandolo di ogni garanzia che gli impegni presi vengano rispettati. Il nodo più pericoloso, però, è interno. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato l’accordo “nullo” e il deputato del Partito di Dio sciita, Hassan Fadlallah, ha avvertito che qualsiasi tentativo dell’esercito libanese di applicarlo potrebbe portare alla “guerra civile”. Non è solo retorica. Il governo di Beirut e le Forze Armate libanesi si trovano davanti a un dilemma: applicare il controllo statale su gruppi armati radicati nel tessuto confessionale del paese rischia di innescare violenze interne ben prima che l’accordo produca un solo metro di ritiro israeliano. Il Libano è un sistema costruito su equilibri settari precisi. Forzarli dall’esterno, senza consenso interno, è una ricetta che ha già prodotto il drammatico conflitto civile la cui memoria ancora perseguita il Paese.

Parte di un gioco più grande?

L’accordo si inserisce in un Medio Oriente che ha cambiato assetto in poche settimane. Il 17 giugno Stati Uniti e Iran hanno firmato un memorandum d’intesa per cessare le ostilità su tutti i fronti, Libano incluso. Un’intesa che Israele non ha mai accettato e che Netanyahu ha tentato in più di un’occasione di far deragliare. Per questo, secondo alcuni osservatori, l’accordo di Washington arriva anche come parziale compensazione: Netanyahu porta a casa una ‘vittoria’ – la permanenza delle forze armate israeliane nel Sud del Libano – in un momento in cui l’opinione pubblica israeliana resta scettica sull’opportunità di fermare l’offensiva. Il timore, però, è che l’intesa proietti il Libano verso una destabilizzazione dalle conseguenze imprevedibili. E che questo sia, in fondo, parte della strategia di Israele: un Libano frantumato, teatro di scontri tra chi sostiene e chi contrasta Hezbollah, permetterebbe a Tel Aviv di ‘giustificare’ la sua occupazione agli occhi del mondo. È una lettura che il governo israeliano respinge, ma che circola con insistenza nei circoli accademici. Karim Safieddine, ricercatore al Tahrir Institute for Middle East Policy, la formula senza attenuanti: “Israele impone un accordo. Ed è molto chiaro di cosa si tratti. È semplicemente un accordo di resa”.

Il commento di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“È una pace fra lo stato più potente e il più debole della regione. Ed è una pace in fieri. Quello concordato a Washington sabato è solo l’inizio di un processo negoziale, simile a quello avviato fra Usa e Iran la settimana precedente. Ma è in fragile divenire soprattutto perché i soggetti non sono solo due governi, il libanese e l’israeliano, ma anche due attori: l’Iran ed Hezbollah, il suo braccio armato nel Levante mediorientale”.

[Fonte e Foto: ISPI]