Sudan: un paese razziato e smembrato

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L’impatto economico e ambientale di tre anni di guerra. Non solo morti, violenze, fame e povertà sempre più diffuse. Non solo un quadro sociale, economico e istituzionale dilaniato. I 1.065 giorni di combattimenti hanno provocato anche enormi e in alcuni casi irreparabili danni all’ambiente e alla biodiversità. Per tornare alla situazione prebellica, dicono gli esperti, serviranno decenni. Ne parla Bruna Sironi su Nigrizia.

In Sudan il 15 aprile è iniziato il quarto anno di guerra. Finora molto è stato detto su quanto succede sul campo di battaglia, sulle terribili condizioni di vita della popolazione, sull’impasse della diplomazia.

Ma per cercare di capire dove il paese è precipitato e da dove dovrà ripartire il giorno, speriamo non troppo lontano, in cui sarà ritornata la pace, è necessario dare uno sguardo anche alla situazione economica e a quella ambientale, cruciali per il suo futuro.

È una situazione concordemente definita come disastrosa dagli esperti del paese e del settore.

Secondo una ricerca pubblicata su IDEAS, un sito specializzato nella raccolta di documenti e dati economici, alla fine del 2025 l’economia avrebbe avuto una contrazione da collocare tra il 32% e il 42% del PIL dell’ultimo anno prima della guerra.

Agricoltura e produzione alimentare

Particolarmente colpito il settore agricolo, quello trainante nell’economia del paese, e specialmente la produzione di cibo, il cui contributo al PIL sarebbe sceso del 33,6% mentre l’occupazione nel settore si sarebbe dimezzata.

Ad esempio, nello schema irriguo di el Gezira, uno dei più estesi del pianeta – 880mila ettari -, considerato il “bread basket” del paese, in cui si producono cereali e altri alimenti di base come semi oleosi e legumi, le infrastrutture sono state vandalizzate.

In un recente articolo di Radio Dabanga, credibile media outlet locale, si dice che i canali di irrigazione sono stati spaccati in almeno 1.470 punti mentre i macchinari agricoli sono stati razziati e distrutti, come i magazzini in cui erano stoccati i prodotti dell’annata agricola precedente e le sementi.

Nelle attuali condizioni la produzione è destinata a diminuire drasticamente con forti ripercussioni sulla disponibilità di cibo sul mercato non solo prossimamente ma anche in futuro.

Un altro articolo pubblicato su The Conversation riporta dati ufficiali in cui si dice che nei primi mesi di guerra le perdite sarebbero ammontate a circa 26 miliardi di dollari, più della metà del valore dell’economia nell’anno precedente.

4,6 milioni di persone avevavo perso il lavoro e più di 7 milioni erano state spinte sotto la soglia di povertà. Poi i problemi sono continuati ed aumentati. Secondo altre fonti, vivrebbe ora sotto la soglia di povertà il 70% della popolazione. Tra questi i diversi milioni di sfollati spinti fuori dalla loro vita, senza più reddito e bisognosi del sostegno umanitario internazionale, drasticamente ridotto con l’aumentare del bisogno per il proliferare delle crisi e per la riduzione netta degli stanziamenti.

L’inflazione ha raggiunto punte altissime, soprattutto nelle zone di conflitto (oltre il 450% dicono alcune fonti) mentre il cambio della valuta locale, soprattutto al mercato parallelo, è sceso notevolmente. Tanto che perfino il prezzo del cibo, quello che riesce a raggiungere il mercato, è fuori dalla portata di una buona parte della popolazione.

Infrastrutture e welfare

La distruzione delle infrastrutture ha limitato notevolmente l’accesso ai servizi di base. Quello all’acqua potabile si è ridotto dal 72,5% al 51,6% mentre il servizio sanitario è praticamente collassato.

Solo il 15,5% della popolazione può avere cure mediche appropriate, o almeno decenti, e solo in poche zone urbane quasi del tutto risparmiate dal conflitto, come quelle sulla costa e degli stati dell’est, Kassala e Gedaref.

Stesso discorso vale per le scuole, distrutte o danneggiate dall’essere state usate per dare ricovero agli sfollati o, molto peggio, accantonamento alle truppe o ai miliziani.

Industrie e inquinamento ambientale

Il settore industriale, compreso quello petrolifero, avrebbe perso il 50% del suo valore a causa di saccheggi, distruzione delle infrastrutture e blocco dei capitali, fa notare ancora The Conversationcon un impatto grave anche sull’ambiente.

Fin dalle prime settimane del conflitto sono state attaccate e danneggiate industrie chimiche e farmaceutiche, raffinerie, impianti elettrici. Sostanze dannose si sono riversate sul terreno inquinandolo e penetrando, con ogni probabilità, anche nelle falde acquifere.

Particolarmente preoccupante la situazione di Khartoum Barhi, la zona industriale della capitale, tra le prime ad essere investita dai combattimenti. Nell’area, fabbriche, magazzini e quartieri residenziali si intersecano, perciò la salute della popolazione potrebbe essere a rischio.

L’inquinamento dell’aria è risultato evidente con i combattimenti ricorrenti che provocavano frequenti incendi ad una raffineria a 45 km da Khartoum, che produceva il 60% del fabbisogno di gasolio del paese. Uno, particolarmente grave, il 23 gennaio del 2025, ha provocato una nuvola di fumo nero estesa per 300 chilometri e durata diversi giorni.

Legname, foreste e biodiversità

Il conflitto ha avuto un impatto negativo anche sul patrimonio boschivo. Solo nello stato di el Gezira, dove si trovano anche aree boschive naturali e piantagioni di legname, oltre allo schema irriguo sopra citato, sarebbero andati persi 6.126 ettari di vegetazione.

Il disboscamento sarebbe dovuto agli accampamenti militari che hanno stazionato a lungo nella zona e all’aumentata necessità di legna da ardere a fronte della progressiva scarsità sul mercato del gas, normalmente usato per la cucina e l’illuminazione.  

Durante i tre anni di conflitto, lo stato di Khartoum ha perso il 60% delle sue zone verdi. Simile devastazione anche in altri stati e particolarmente nel Darfur occidentale e meridionale, nel Kordofan, nel Sennar e nel Blue Nile.

Preoccupazioni anche per le 23 aree protette del paese. Al-Sunut, una famosa foresta estesa 1.500 ettari a sud di Khartoum, è stata praticamente cancellata. Acacie centenarie sono state tagliate per farne legname da costruzione o da ardere. Al Sunut era un importante punto di sosta nelle rotte di numerosi uccelli migratori. Altre zone protette sono state messe a rischio, tanto che si prevede una notevole perdita anche del patrimonio faunistico e della biodiversità del paese.

Blood gold

Non solo il legname è stato razziato. Anche altre risorse che avrebbero dovuto essere impiegate per lo sviluppo del paese sono state sfruttate per sostenere il conflitto. Caso eclatante quello dell’oro, la cui estrazione è aumentata di molto durante la guerra. Solo l’anno scorso la giunta militare ne avrebbe ricavato 1,57 miliardi di dollari.

L’importanza dell’oro per finanziare il conflitto è sottolineata anche in un recente rapporto del Sudan’s Centre for Environmental and Social Studies (CESS) in cui si dice del metallo sudanese commerciato illegalmente da entrambe le parti in conflitto in quantità sempre maggiore, in un mercato in espansione a causa dell’instabilità economica globale.  

Oltre che ai disastrosi dati economici, va data attenzione alla trasformazione della struttura dell’economia del paese che è passata da un sistema formale e “trasparente”, almeno sulla carta, regolamentato da leggi e monitorato da istituzioni pubbliche, ad uno frammentato, opaco, caratterizzato dallo scontro di interessi contrapposti.

Un’economia di guerra, insomma, in cui un mercato è razziato da merci da vendere su un altro mercato; in cui il contrabbando e l’evasione fiscale è generalizzata; in cui il sistema bancario funziona parzialmente; in cui gli interessi economici di esercito e milizie prevalgono su tutti gli altri bisogni.

Insomma, durante tre anni di guerra non solo sono state distrutte infrastrutture chiave e sono state razziate risorse strategiche ma è stato cambiato il quadro, l’impianto stesso del mondo economico.

Quanto ci vorrà perché il paese possa tornare alla situazione precedente il conflitto?

Decenni per recuperare

Qualcuno avanza previsioni per quanto riguarda il PIL. Sono basate su modelli matematici accreditati nel mondo economico e lasciano senza fiato. Dicono non prima del 2046. Ma se il conflitto si dovesse prolungare, si potrebbe arrivare al 2051.

Ancora nessuno ha avanzato ipotesi per quanto riguarda il tempo necessario per il recupero sul piano umano e sociale. E per quanto riguarda il ritorno ad una pacifica convivenza tra gruppi e comunità con interessi diversi, ad una qualità di vita della popolazione accettabile e alle conseguenze del degrado ambientale dovuto alla guerra in un paese già soggetto a crisi climatiche ricorrenti.

È una responsabilità politica e storica che peserà per sempre sui responsabili di questo conflitto che vanno cercati non solo nei ranghi della giunta militare e delle Forze di supporto rapido (RSF), che stanno ora distruggendo il paese, ma anche nel regime precedente, quello portato alla fine da una mobilitazione popolare pacifica, cui i militari hanno più volte scippato le speranze di un paese inclusivo e democratico.

[Fonte: Nigrizia; Foto: TRT World]