
Londra vara sanzioni contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, con Francia e Canada

Divieto di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, sanzioni contro aziende e individui che ne finanziano o facilitano l’espansione, stop alla pubblicità nel Regno Unito di immobili situati negli insediamenti e nuove restrizioni alle esportazioni di armi. È il pacchetto annunciato alla Camera dei Comuni dal ministro degli Esteri britannico Ed Miliband (nella foto), che ha precisato come misure analoghe saranno adottate anche da Francia e Canada. I tre Paesi si aggiungono così a Paesi Bassi, Irlanda, Belgio, Spagna e Norvegia, che hanno già introdotto o stanno introducendo divieti sui beni prodotti negli insediamenti.
Londra istituirà un «regime complessivo di sanzioni», con alcune eccezioni di carattere religioso, e colpirà anche nuovi «coloni estremisti» accusati di aver sostenuto o incitato violenze contro comunità palestinesi. «Affronterete tutta la forza delle sanzioni britanniche», ha avvertito Miliband – secondo quanto riferisce il portale Moked/Pagine Ebraiche – rivolgendosi a chi finanzia o agevola gli insediamenti. Il pacchetto dovrebbe entrare pienamente in vigore entro sei-nove mesi.
L’appello del presidente Herzog contro le sanzioni
Contro la misura era intervenuto poco prima il presidente israeliano Isaac Herzog, definendola «una pesante interferenza nelle elezioni democratiche di una nazione sovrana», a poche settimane dal voto israeliano del 27 ottobre. Herzog ha inoltre sostenuto che le sanzioni finirebbero per colpire gli stessi palestinesi, «privandoli di attività economiche e posti di lavoro», e ha invitato Londra e gli altri governi a «uscire dal vicolo cieco delle sanzioni e dei boicottaggi» e tornare al dialogo.
Miliband ha però insistito sulla distinzione tra Israele e gli insediamenti. «Continueremo a sostenere l’importante e prezioso commercio con Israele entro la Linea Verde, proprio perché sosteniamo la soluzione dei due Stati, compresa la sicurezza e la prosperità di Israele», ha dichiarato. «Per questa ragione mi oppongo fermamente alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, il Bds». Le nuove misure, ha ribadito, «prenderanno di mira gli insediamenti illegali e la loro espansione, non Israele».
Il cambio di registro di Londra
A segnare il salto politico più rilevante, notano i media britannici, è la posizione complessiva sulla Cisgiordania. «Per molto tempo il governo britannico ha giustamente affermato che gli insediamenti sono illegali, ma siamo rimasti in silenzio sulla legalità dell’occupazione nel suo complesso», ha affermato Miliband. «Oggi annuncio che la posizione ufficiale del governo britannico è che l’occupazione è illegale», motivando la decisione con «il consolidamento del controllo» israeliano, «l’intenzione di estendere una sovranità permanente» e «l’agenda espansionistica attraverso gli insediamenti illegali».
Ancora più dure le parole sulla violenza in Cisgiordania. Dopo aver richiamato la definizione delle Nazioni Unite, il titolare del Foreign Office ha affermato: «Il governo britannico concorda sul fatto che in alcune aree della Cisgiordania sia in corso una pulizia etnica dei palestinesi, compiuta da terroristi tra i coloni». «Troppo spesso», ha aggiunto, «il governo israeliano ha chiuso un occhio e, peggio ancora, alcuni suoi membri hanno fatto dichiarazioni e intrapreso azioni a sostegno dello sfollamento forzato dei palestinesi».
Ad accelerare la svolta britannica è anche il progetto E1, a est di Gerusalemme. Il nuovo regime di sanzioni, ha spiegato Miliband, dovrà consentire interventi più rapidi proprio per cercare di impedirne lo sviluppo.
La stretta riguarderà anche le esportazioni militari. Londra aveva già sospeso oltre trenta licenze per armamenti utilizzati dalle Idf a Gaza e ora respingerà tutte le richieste relative ad armi o altri beni che «contribuiscano materialmente all’occupazione». Una sorta di «doppio blocco», destinato a rimanere in vigore finché, secondo la posizione britannica, continuerà l’occupazione.
Il ministro degli Esteri e la sua identità ebraica
Nel presentare la nuova linea, Miliband ha richiamato anche la propria storia personale. «Lo faccio da orgoglioso ebreo britannico», ha dichiarato, ricordando la nonna accolta in Israele dopo aver perso il marito e altri sessanta familiari nella Shoah e i propri ricordi d’infanzia nel kibbutz dei cugini. «A chiunque metta in discussione il diritto di Israele a esistere come patria del popolo ebraico dico: avete torto».
Il ministro ha legato questa linea al contrasto all’antisemitismo nel Regno Unito. Ha ricordato i bambini ebrei costretti ad andare a scuola sotto protezione e definito l’odio antiebraico «una piaga» e «un male».
«Sono orgoglioso della mia identità ebraica e incrollabile nel mio sostegno allo Stato d’Israele. E non c’è alcuna contraddizione tra questo e il mio sostegno allo Stato di Palestina».
Il ministro ha poi affrontato Gaza. Dopo aver definito il 7 ottobre «un’atrocità terroristica di Hamas» e ribadito il diritto d’Israele a difendersi, ha sostenuto che il massacro non possa giustificare quanto accaduto successivamente. Citando le valutazioni di organismi internazionali, ha parlato di «prove crescenti» sulla possibile commissione di crimini di guerra e ha ribadito che Londra sosterrà un procedimento «pieno e rigoroso» davanti alle corti internazionali per stabilire se a Gaza sia stato commesso un genocidio.
Sul futuro dell’enclave palestinese, Miliband ha chiesto a Hamas di deporre le armi e smantellare la propria «infrastruttura terroristica»: «Hamas non può avere alcun ruolo nel futuro governo di Gaza».
L’opposizione contro la linea del governo
Dai Conservatori è arrivata una critica alla linea del governo. Il ministro degli Esteri ombra Tom Tugendhat ha riconosciuto che l’attuale traiettoria sta portando israeliani e palestinesi verso «un futuro più oscuro e più pericoloso», ma ha accusato l’esecutivo di ridurre la complessità della regione a formule semplicistiche. Secondo Tugendhat, il riconoscimento britannico dello Stato di Palestina contraddice principi giuridici difesi da Londra da decenni, mentre la forte interdipendenza tra le economie israeliana e palestinese farà sì che «a soffrire saranno palestinesi e israeliani innocenti». Trasformare Israele in uno «Stato paria», ha inoltre avvertito, rischia di alimentare «un ulteriore aumento della violenza antisemita nelle nostre strade».
[Fonte e Foto: Moked/Pagine Ebraiche]



