
Global Catholic, “quando il Vangelo sfida la politica nazionalista”

Dai monasteri di Cipro a un gesto di misericordia lungo la strada, il Vangelo valica i confini come invito all’incontro, mentre la religione nazionalista trasforma la fede in un segno di appartenenza che divide. Il commento di James Gordon Reid Haveloch-Jones per il Global Catholic.
James Gordon Reid Haveloch-Jones, da Global Catholic
Nel 2024, mi sono ritrovato ad ammirare le acque mozzafiato della costa cipriota, proprio nel luogo in cui, secondo la tradizione, San Paolo e San Barnaba sbarcarono per la prima volta per portare il Vangelo ai Gentili.
Lì, era impossibile non percepire la verità straordinaria che il Vangelo è, di fatto, una Buona Novella: che siamo «fatti in modo stupendo e meraviglioso» (Salmo 139,14), che valiamo «più di molti passeri» (Matteo 10,31) e che siamo stati «comprati a caro prezzo» (1 Corinzi 6,20).
La scorsa settimana, sfogliando l’album fotografico con i miei cugini in visita dall’Australia, mi sono soffermato nuovamente sulle immagini di Cipro: la costa, i monasteri, quei luoghi silenziosi dove la preghiera sembra depositarsi nella pietra.
Le fotografie hanno rievocato in me il ricordo di quelle passeggiate tra gli spazi monastici: luoghi in cui il silenzio diventa una forma di verità e la preghiera una forma di pace.
Un monastero in particolare è rimasto impresso nella mia mente. Presso il monastero di San Barnaba, vicino a Famagosta, mi sono soffermato davanti a un memoriale dedicato al clero ucciso durante il dominio ottomano.
All’esterno, una statua — scura e lucente come il bronzo sotto la luce pomeridiana — ha catturato il mio sguardo. Si ergeva tra le strade acciottolate e i caffè come testimonianza di una verità dolorosa: la violenza che un gruppo può infliggere a un altro e le ferite che la storia lascia dietro di sé.
Eppure, ciò che mi ha colpito è che quel memoriale non sembrava invocare vendetta. Sembrava piuttosto invitare a quel processo più lento che è il perdono culturale, a un modo di ricordare che rifiuta di indurirsi nell’odio.
In quella quiete, ho ricordato le parole della Lettera agli Efesini (2,14): «Egli è la nostra pace… abbattendo il muro di separazione che era causa di inimicizia».
L’umanità prima della religione
Cipro, con la sua storia contesa e il suo paesaggio diviso, mi ha ricordato che esiste una differenza tra il ricordare una ferita e il permettere che quella ferita determini ciò che verrà dopo.
Si può riconoscere il dolore senza trasformarlo in un’arma. Si può onorare la memoria senza affilarla fino a farla diventare odio.
Più tardi, tra le colline della penisola di Karpas, ho incontrato un sacerdote ortodosso sposato; la sua piccola parrocchia era adornata con icone russe e cimeli legati a Putin. Le sue convinzioni erano fieramente nazionaliste, plasmate da un mondo in cui fede e identità si erano fuse in un unico, fragile atteggiamento.
Eppure, ci ritrovammo seduti insieme in un bar del posto a bere caffè solubile; un momento che mia madre immortalò in una fotografia, oggi custodita nel mio album. Parlammo apertamente delle nostre vite, dei nostri percorsi di fede e dei mondi che ci avevano formati.
Divenne, inaspettatamente, un esercizio di accompagnamento: permettere all’altro di essere radicalmente sincero su se stesso e sulle proprie convinzioni, ascoltandolo senza ridurlo a quelle stesse convinzioni. In quel semplice scambio, l’umanità parlava all’umanità.
Poi, sulla cima di una collina dove l’aria si faceva rarefatta e mia madre ebbe un improvviso collasso, l’umanità parlò ancora una volta.
Senza copertura telefonica né una lingua in comune, mi inginocchiai accanto a lei, impotente. Un uomo musulmano — non un sacerdote, un teologo o un esperto di sinodalità — fermò l’auto, mi aiutò a sollevare delicatamente mia madre per adagiarla sul sedile posteriore e ci accompagnò all’alloggio. La sua compassione fu immediata, istintiva e priva di esitazioni.
Il Buon Samaritano è arrivato sotto una forma che non mi aspettavo. Non ha chiesto in cosa credessi o da dove venissi; ha semplicemente visto qualcuno in difficoltà e si è fatto prossimo. Quel momento è profondamente significativo perché ha messo in luce qualcosa che le argomentazioni teologiche e politiche possono facilmente oscurare: prima di essere membri di nazioni, tribù, chiese, partiti o culture, siamo esseri umani l’uno di fronte all’altro.
E questa è, forse, una delle grandi tensioni che il cristianesimo deve affrontare nella nostra epoca. Il Vangelo abbatte i confini. Il nazionalismo li costruisce. La fede cristiana inizia con un invito: seguire Cristo, farsi prossimo, riconoscere la dignità della persona che abbiamo di fronte.
Tuttavia, sempre più spesso, in certi ambiti dell’immaginario politico, al cristianesimo viene chiesto di diventare qualcos’altro: un segno di appartenenza culturale, una difesa dell’identità nazionale, un confine che separa “noi” da “loro”.
Trump, Milei e Modi
Il pericolo non risiede nel fatto che i cristiani amino la propria nazione. Non c’è nulla di intrinsecamente anticristiano nell’amare il luogo, le persone e la cultura da cui proveniamo. Io stesso vado fiero della mia città, della mia comunità e delle mie radici familiari. Il pericolo sorge quando il cristianesimo cessa di essere un modo per incontrare il mondo e diventa invece un modo per stabilire chi vi appartiene.
È stato proprio attraverso questi incontri – nei chiostri, nei caffè e negli atti di misericordia lungo la strada – che ho iniziato a scorgere una tendenza preoccupante, che si manifestava ben oltre i confini di Cipro.
Donald Trump, Javier Milei e Narendra Modi rappresentano mondi politici e religiosi molto diversi: Trump opera in un contesto politico americano sempre più caratterizzato dal nazionalismo cristiano; Modi attraverso la visione nazionalista indù dell’Hindutva; e Milei tramite una politica populista sempre più intrecciata a simbolismi e identità religiosi.
Le loro differenze sono rilevanti e non vanno ridotte a un unico fenomeno. Eppure, essi segnalano una tentazione più ampia: quella di trasformare la fede da chiamata alla trascendenza in linguaggio di appartenenza, e da invito universale in possesso culturale.
Mentre il monastero ci insegna ad accogliere il dolore con umiltà, la religione nazionalista può insegnarci a brandire il dolore come fonte di identità. Mentre il Vangelo invita all’incontro, la politica nazionalista può far apparire la divisione come una virtù. Mentre il cristianesimo ci spinge oltre noi stessi, il nazionalismo può tentarci a fare della nazione l’oggetto supremo della nostra lealtà.
Il Vangelo, tuttavia, non è una nazione: è un invito! Un invito nato quando Paolo e Barnaba misero piede su una terra straniera. Un invito a ricordare senza odio, a incontrare senza paura e a riconoscere il prossimo anche quando arriva con sembianze che la politica ci ha insegnato a non aspettarci.
Forse è per questo che, tra tutte le fotografie di Cipro, quella che ricordo più nitidamente non ritrae né la costa né i monasteri. È l’immagine, impressa nella mia mente, di mia madre insieme a uno sconosciuto musulmano che aveva fermato l’auto. Perché in quell’istante il muro di separazione è crollato e il Vangelo è apparso non tanto come un confine, quanto come una strada.
[Fonte: Global Catholic (nostra traduzione); Foto: Facebook/Wikipedia/White House]



