L’INTERVISTA/ Il parroco di Nuuk, “bene gli investimenti Ue in Groenlandia ma il partenariato non è possesso, è camminare insieme”

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All’indomani della missione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in Groenlandia per consolidare le relazioni politiche ed economiche con l’isola artica, a Tra Cielo e Terra torna a parlare il francescano Tomaž Majcen, OFM Conv, parroco nella capitale Nuuk. Il religioso esprime un cauto ottimismo precisando che il popolo è, sì, interessato alla cooperazione europea ma non vuole “sostituire una forma di dipendenza con un’altra”. E aggiunge: “La Groenlandia non ha bisogno di trasformarsi in qualcos’altro per essere importante”.

Di Antonella Palermo

Padre Majcen, che cosa pensa della visita della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in Groenlandia e dei suoi incontri con i primi ministri groenlandese e danese?

Considero la visita di Ursula von der Leyen un evento positivo e importante, soprattutto perché viene in Groenlandia e incontra le persone sul posto, anziché limitarsi a parlare della Groenlandia dall’Europa. Per me, il messaggio più importante è che la Groenlandia non debba essere trattata semplicemente come un territorio strategico o come un luogo ricco di minerali preziosi. È una patria. Qui vivono delle persone, delle famiglie, e i groenlandesi hanno una propria storia, una propria cultura e speranze per il futuro. Ritengo positivo che l’UE affermi: vogliamo collaborare con la Groenlandia e ascoltare la Groenlandia. Gli incontri con il primo ministro Jens-Frederik Nielsen e con la prima ministra danese Mette Frederiksen sono quindi importanti. Ma la vera prova sarà ciò che accadrà dopo la visita. In base alla mia esperienza di vita a Nuuk, le persone apprezzano l’amicizia e la cooperazione, ma vogliono anche essere rispettate. I groenlandesi vogliono avere voce in capitolo nelle decisioni che riguardano il proprio futuro. Questo, a mio avviso, dovrebbe sempre essere il punto di partenza.

La convince il nuovo pacchetto dell’UE che la missione di von der Leyen mira a rilanciare per rafforzare un partenariato con la Groenlandia basato sullo sviluppo della difesa, della connettività, dei materiali critici e dell’energia pulita?

Sono cautamente ottimista. Ritengo che questi siano tutti settori importanti per la Groenlandia. La Groenlandia ha bisogno di collegamenti migliori, di infrastrutture digitali più efficienti, di istruzione, di energie rinnovabili e di opportunità per i giovani. Questi aspetti non riguardano solo la geopolitica, ma incidono sulla vita quotidiana della gente comune. L’UE ha già instaurato un partenariato significativo con la Groenlandia, che comprende il sostegno all’istruzione, alla crescita verde e alla connettività digitale. Le nuove proposte potrebbero rafforzare notevolmente questa cooperazione. Vorrei però aggiungere una condizione importante: la popolazione della Groenlandia deve rimanere al centro. Gli investimenti non dovrebbero riguardare semplicemente ciò che l’Europa si aspetta dalla Groenlandia, ma anche ciò di cui la Groenlandia ha bisogno per il proprio futuro. La Groenlandia possiede importanti minerali ed enormi risorse naturali, ma i groenlandesi non dovrebbero avere l’impressione che il mondo ami improvvisamente la Groenlandia solo per ciò che si trova nel sottosuolo. Dovrebbero sentire che le persone hanno a cuore anche ciò che si trova in superficie: la gente, le famiglie, la cultura e il futuro del Paese.

La presidente von der Leyen ha sottolineato che l’UE intende prendere decisioni insieme ai groenlandesi, individuando priorità comuni. Inoltre, apporta investimenti in cambio dell’accesso a parte delle vaste riserve di elementi delle terre rare della Groenlandia. Questa inclusività le sembra tangibile? I groenlandesi la percepiscono? La desiderano? In sostanza, qual è il «sentimento» tra i cittadini della Groenlandia? In che misura si sentono «europei»?

Sì e no. C’è chiaramente un crescente interesse per una cooperazione più stretta con l’Europa. Un recente sondaggio ha rilevato che il 65% dei groenlandesi preferirebbe una cooperazione più forte con l’UE piuttosto che con gli Stati Uniti, mentre solo il 5% preferisce una cooperazione più stretta con gli Stati Uniti. Questo ci dice qualcosa di importante. Ma ciò non significa che i groenlandesi si considerino improvvisamente europei allo stesso modo in cui potrebbero farlo i cittadini danesi, francesi o italiani. La Groenlandia ha una propria identità. Molti groenlandesi sono molto orgogliosi di essere groenlandesi e Inuit. Anche il loro rapporto con la Danimarca è complesso, a causa della storia che lega la Groenlandia e la Danimarca. Credo che molti groenlandesi direbbero: «Vogliamo degli amici, ma vogliamo decidere da soli». Questo è probabilmente il modo più semplice per descrivere il sentimento che percepisco. Sono interessati all’Europa, alla cooperazione europea e ai valori europei, ma non vogliono sostituire una forma di dipendenza con un’altra. E penso che questo sia un aspetto che l’Europa dovrebbe comprendere molto bene. Il partenariato non è possesso. Significa camminare insieme.

Cosa pensa del fatto che un Paese non distante dalla Groenlandia, l’Islanda, abbia recentemente votato «no» all’ingresso nell’Unione Europea?

Trovo interessante il voto islandese, ma non paragonerei automaticamente l’Islanda alla Groenlandia. Credo che queste elezioni dimostrino che il popolo islandese voglia proteggere la propria identità e la libertà di prendere decisioni riguardo al proprio Paese. È qualcosa che capisco molto bene, avendo vissuto in Groenlandia. Allo stesso tempo, l’Islanda rimane strettamente legata all’Europa attraverso lo Spazio economico europeo e l’accordo di Schengen. Quindi dire «no» all’ingresso nell’Unione Europea non significa dire «no» all’Europa. Per me, la lezione è semplice: l’Europa non dovrebbe cercare di convincere le persone esercitando pressioni. Dovrebbe dimostrare, attraverso l’amicizia e una cooperazione concreta, che essere vicini all’Europa è una cosa positiva. Questo è importante anche per la Groenlandia.

Negli ultimi tempi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, forse «distratto» dalla guerra con l’Iran e dalle prossime elezioni midterm, non è più intervenuto con proclami sulla Groenlandia e sulla sua annessione agli Usa. Temete nuove «offensive» in futuro?

Non direi che il problema sia scomparso. Il tono forse è più pacato al momento, ma la questione non è del tutto svanita. C’è ancora un dialogo tra la Groenlandia, la Danimarca e gli Stati Uniti. Trump ha inoltre ribadito, appena a luglio, di ritenere che la Groenlandia debba essere sotto il controllo americano. Quindi sì, penso che dobbiamo rimanere vigili. Ma cerco di non vivere nella paura. Come sacerdote, incontro persone che hanno provato incertezza e ansia a causa di tutta l’attenzione internazionale. Il mio ruolo non è quello di dire loro quale decisione politica debba essere presa. Il mio ruolo è ricordare alle persone che la Groenlandia è la loro casa e che la loro dignità e il loro diritto a determinare il proprio futuro devono essere rispettati. Credo che il dialogo sia sempre meglio dello scontro. E spero che gli Stati Uniti, la Danimarca e la Groenlandia possano continuare a dialogare in modo rispettoso. In fin dei conti, la Groenlandia non è una pedina su una scacchiera. È un luogo dove vivono delle persone.

Che effetto fa a un popolo che vive praticamente ai margini delle terre abitate che ci sia tanta attenzione sulla Groenlandia e sulla regione artica? Quali sono le sue speranze, in particolare in relazione agli effetti del cambiamento climatico?

Per la gente del posto, questa improvvisa attenzione a volte può sembrare un po’ strana. La Groenlandia è sempre stata qui, ma all’improvviso tutto il mondo ne parla. A volte penso che la gente si chieda: «Perché vi interessate a noi proprio adesso?». I groenlandesi sono orgogliosi del loro Paese, ma non vogliono diventare famosi semplicemente per ragioni geopolitiche, di strategia militare o per i minerali. Vogliono che le persone scoprano la Groenlandia anche come luogo caratterizzato da una natura meravigliosa, una cultura forte, una vita familiare e una popolazione molto cordiale e accogliente. E poi c’è il cambiamento climatico. Questo non è un tema astratto. I cambiamenti nell’ambiente sono visibili. La calotta glaciale della Groenlandia continua a perdere massa e gli scienziati osservano fenomeni di scioglimento sempre più significativi. Per me personalmente, questa è anche una questione spirituale. Quando guardo l’immenso paesaggio della Groenlandia, il ghiaccio, il mare e le montagne, mi rendo conto di quanto noi esseri umani siamo piccoli. Il creato non è qualcosa che ci appartiene. È qualcosa che ci è stato affidato. La mia speranza è quindi che tutto questo nuovo interesse internazionale porti pace, uno sviluppo responsabile e un futuro migliore per le persone che vivono qui, piuttosto che una competizione per il potere e le risorse. Come sacerdote cattolico e missionario, spero in particolare che non dimentichiamo mai la persona umana. Dietro ogni discussione politica ci sono famiglie, bambini, giovani e anziani che vogliono semplicemente vivere in pace. La Groenlandia non ha bisogno di trasformarsi in qualcos’altro per essere importante. La Groenlandia possiede già una propria dignità, una propria identità e una propria voce. Noi altri dovremmo imparare ad ascoltarla.

[Foto: CDE.News]