
Lo “spauracchio Dublino” e la disumanizzazione definitiva dell’immigrazione

Di Donato Di Sanzo *, da Confronti
Il regolamento Dublino torna a riaccendere lo scontro tra i governi europei sulla gestione dei migranti, trasformati sempre più in strumenti della competizione politica e diplomatica. Dietro numeri e accordi, però, ci sono persone costrette a interrompere percorsi di vita e di integrazione.
Come avevamo recentemente anticipato, le vicende legate ai tentativi di fare ingresso a Ceuta, attraverso il Marocco, da parte di centinaia di migranti, avrebbero riacceso il dibattito sull’immigrazione su scala europea. In effetti, le reazioni di alcuni governi a ciò che è accaduto nell’exclave spagnola in territorio africano hanno innescato una serie di “contromosse” che, dal punto di vista diplomatico, non hanno contribuito a rasserenare i rapporti tra gli Stati in materia di gestione dei movimenti migratori nell’ambito dell’Ue. La sospensione del trattato di Schengen da parte dell’Italia nei confronti della Spagna, ad esempio, ha riportato al centro dell’attenzione le questioni legate agli ingressi e alla circolazione dei migranti in Europa; più nello specifico, l’azione intrapresa dal governo Meloni – rivelatasi inappropriata e inefficace, stando anche al numero di sospetti immigrati irregolari intercettati all’arrivo negli aeroporti e in prossimità delle frontiere esterne italiane (pare 15 persone) – ha innescato una discussione particolarmente tesa sul valore della solidarietà intraeuropea in materia di ripartizione delle persone che giungono sul territorio continentale attraverso i Paesi affacciati sul Mediterraneo, maggiormente esposti alle mobilità che spingono dall’Africa e dal Medio Oriente.
Dublino, ieri e oggi
In generale, si può constatare come la vicenda di Ceuta e la reazione scomposta di alcune cancellerie abbiano generato un clima particolarmente favorevole alla riproposizione di questioni di carattere diplomatico-politico che attengono ai rapporti tra gli Stati europei riguardo agli arrivi di persone di provenienza non comunitaria. Una su tutte, l’operatività del cosiddetto e famigerato regolamento Dublino, ovvero di quella disciplina secondo cui l’autorità obbligata a prendere in carico un immigrato che voglia richiedere protezione internazionale in Europa, dal punto di vista giuridico e dell’accoglienza, è quella dello Stato di primo ingresso e sul cui territorio venga realizzata una prima identificazione. È accaduto, infatti, che, negli ultimi giorni, approfittando del rinvigorirsi della discussione sull’immigrazione a livello continentale, il governo di Berlino abbia minacciato di promuovere il “rimpatrio” in Italia dei cosiddetti “dublinanti”, ossia di quei richiedenti asilo entrati in territorio europeo attraverso la penisola (e qui identificati), ma successivamente trasferitisi in Germania contravvenendo a quanto prescritto proprio dal regolamento Dublino. Il proclama della cancelleria tedesca, nei giorni successivi, è stato seguito da un analogo, minaccioso, avvertimento nei confronti di Roma da parte di Svizzera, Austria, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi. Al momento non si è andati oltre la minaccia, ma è quantomeno significativo che lo “spauracchio Dublino” torni ad agitare il sonno dei governanti italiani, a maggior ragione in un momento in cui la Destra di governo, alla vigilia di una tornata elettorale importantissima, sta provando a cavalcare il tema del contrasto nei confronti dell’immigrazione.
Regole europee, vite migranti
Forse è opportuno provare a fare luce sulla storia della gestione degli ingressi di richiedenti asilo in Europa e sul valore che assume, oggi, la considerazione delle migrazioni a livello europeo. Il regolamento Dublino fu sottoscritto per la prima volta nel 1990. All’indomani della caduta del muro di Berlino, le maggiori apprensioni nei confronti di massicci arrivi di richiedenti asilo in Europa occidentale non erano generate dal timore degli attraversamenti del Mediterraneo, ma dai flussi previsti osservando l’allora imminente disfacimento dell’Unione Sovietica. Sottoscrivendo un primo regolamento Dublino, entrato effettivamente in vigore solo nel 1997, gli Stati europei provarono a preservare i propri territori da ondate di arrivi di profughi e richiedenti protezione internazionale da Est, evidentemente avvertite come probabili. La situazione cambiò radicalmente con le Primavere arabe, quando la caduta dei regimi nordafricani, con cui i Paesi euromediterranei avevano fatto accordi anche per “filtrare” i movimenti migratori, irrobustì notevolmente le rotte mediterranee. La direttrice del Mediterraneo centrale, quella che raggiunge l’Italia (e l’Europa), tra il 2009 e il 2019 è stata percorsa da più di un milione di persone, in larga parte obbligate a formulare richiesta d’asilo da una legislazione nazionale sull’immigrazione (la Bossi-Fini) che, nel caso specifico, non ammette ingressi di altra natura. Si è parlato di una “emergenza rifugiati” e tutti i governi italiani (di Centrosinistra e di Centrodestra) hanno ingaggiato una battaglia per la revisione del regolamento Dublino, individuato come la vera causa dell’isolamento dell’Italia nella gestione degli arrivi.
Oggi la situazione è leggermente diversa. Tanti di coloro che sono arrivati in Italia in seguito alle Primavere arabe si sono poi spostati in Paesi dell’Europa centro-settentrionale, diventando “dublinanti”. Nel 2022, il governo Meloni si era opposto a qualsiasi ipotesi di trasferimento di queste persone, nonostante gli obblighi stabiliti in materia e malgrado il fatto che, fra il 2024 e il 2025, Roma abbia ricevuto (e rigettato) quasi 70mila richieste di “rimpatrio” in Italia. Lo scorso 12 giugno, inoltre, il nuovo patto europeo sulla migrazione e sull’asilo ha confermato l’operatività del regolamento Dublino, stabilendo, tuttavia, una sorta di azzeramento delle richieste di trasferimento precedenti l’entrata in vigore delle nuove regole. A quanto ammontano, dunque, i così tanto temuti “dublinanti” il cui trasferimento forzato viene agitato come un’arma di distruzione di massa? Restando sulla situazione italiana, ad esempio, si stima che, considerati i tecnicismi e le interpretazioni delle norme in vigore, non più di 25mila persone potrebbero rientrare nel territorio della penisola.
La domanda, a questo punto, diventa: parliamo di un numero tale da determinare paure nei confronti di presunte “emergenze arrivi” e reazioni nette da parte dei governi in difesa dei confini nazionali? Le evidenze suggeriscono, piuttosto, che il dibattito politico sui movimenti migratori verso l’Europa si stia definitivamente incanalando verso una disumanizzazione della considerazione pubblica dell’immigrazione. In un’ottica del genere, i migranti diventano pedine sullo scacchiere delle relazioni internazionali a livello europeo e la minaccia di un loro trasferimento da uno Stato all’altro diviene uno strumento adoperato dalle diplomazie alla stregua di sanzioni di natura economica. In barba proprio al nuovo patto sulla migrazione e sull’asilo che, al netto di un’impostazione essenzialmente securitaria e di una propensione all’esternalizzazione dei confini migratori, stabilirebbe la validità di una solidarietà di base tra i Paesi dell’Europa impegnati nella gestione degli arrivi di migranti sui propri territori.
E lo “spauracchio Dublino” risulta ancora più disumanizzante nel momento in cui si sposti lo sguardo dalle dinamiche diplomatico-politiche tra gli Stati europei e lo si concentri sulle esistenze di coloro che rischiano di essere trasferiti da uno Stato all’altro. In molti casi parliamo di persone che hanno iniziato (e a volte completato) un processo di integrazione compiuta nel Paese in cui si sono spostate, assecondando talvolta aspettative e programmi precisi nell’ambito del proprio percorso migratorio, e che rischiano di ripartire dalla casella del “via” in caso di trasferimento. Perché, come pure ci conferma la ricerca sociologica e antropologica sugli arrivi in Italia dei richiedenti asilo nell’ultimo quindicennio, molti di coloro che hanno attraversato il Mediterraneo per sbarcare sulle coste italiane, in realtà, intendevano soltanto transitare attraverso la penisola per trasferirsi e stabilirsi successivamente in una destinazione dell’Europa centro-settentrionale. Agitare trasferimenti forzati come arma nei rapporti tra gli Stati, quindi, rischia di frustrare anche l’esistenza di quanti non hanno fatto altro che assecondare i propri progetti di vita.
Ancora una volta, la sensazione è che a guidare il confronto pubblico e il dibattito politico sull’immigrazione nei Paesi europei non siano i dati e la volontà di gestire gli arrivi in maniera sostenibile e rispettosa dei diritti umani, ma una sfrenata corsa verso l’irrigidimento e la precarizzazione delle condizioni di vita dei migranti. Una disumanizzazione, appunto, celebrata sull’altare della propaganda. Si consideri, solo per fare l’esempio più lampante, il fatto che la minaccia tedesca di applicare il regolamento Dublino nei confronti dell’Italia sembra motivata più dai propositi del governo in carica di frenare l’avanzata della Alternative für Deutschland (AfD) e delle Destre estreme, mostrando i muscoli, che da una reale esigenza di gestione delle presenze straniere in Germania. E il fatto che i rappresentanti dell’esecutivo italiano, in risposta, accampino questioni legate a una presunta difesa dei confini nazionali, senza fare il minimo riferimento alle vite e ai diritti di migliaia di persone, dimostra come il tema dell’immigrazione, anche in Italia, sia ostaggio di una competizione che si gioca fra Destre più o meno estreme. In un quadro simile, la migrazione, il “fatto sociale totale”, viene trasformata definitivamente in merce da scambiare sui tavoli della politica internazionale o in strumento per generare ulteriori paure e divisioni.
* Ricercatore di Storia all’Istituto di Studi sul Mediterraneo (ISMed) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli
[Fonte e Foto: Confronti]



